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Tessile

 

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Il sistema bancario cinese

Il sistema bancario svolge, in Cina, un ruolo di primissimo piano nel finanziamento dell’economia; il totale degli attivi si attestava, a fine 2006, 43.950 miliardi di renminbi (circa 4.400 miliardi di euro), pari a circa il 210% del PIL, a testimonianza dell’assoluta rilevanza del canale creditizio nel finanziamento dell’economia1.

Il sistema e’ imperniato sui quattro grandi istituti di credito statali – Bank of China (BoC), China Construction Bank (CCB), Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) e Agricultural Bank of China (ABC) – che insieme concentrano ben oltre la meta' dei crediti e dei depositi totali e ciascuna delle quali dispone di una rete di decine di migliaia di sportelli diffusi in tutto il Paese. Esse permangono controllate dal Governo, tramite un’apposita holding (Central Huijin Investments) ma le prime tre sono state quotate in borsa nel corso degli ultimi diciotto mesi e nel loro capitale hanno fatto ingresso – con quote di minoranza – anche gruppi bancari esteri2.

Distinte dalle banche commerciali statali sono le tre cosiddette Policy BanksChina Development Bank, Agricultural Development Bank of China e China Export and Import Bank – che non effettuano raccolta presso il pubblico e il cui scopo e’ quello di erogare finanziamenti destinati allo sviluppo di alcuni particolari settori economici. La China Development Bank ha il compito di finanziare i grandi progetti infrastrutturali; la China Export and Import Bank e’ attiva soprattutto nel sostegno all’interscambio con l’estero e all’internazionalizzazione delle imprese cinesi, mentre la Agricultural Development Bank of China ha il compito di gestire gli interventi governativi a supporto dell’agricoltura.

Vi sono poi le cosiddette “Second Tier Banks” con una copertura territoriale meno estesa e caratterizzate da un diverso profilo dimensionale. Queste vengono normalmente suddivise in: 
- una dozzina di Joint-stock Commercial Banks, categoria relativamente composita, che comprende istituti controllati da importanti Governi Provinciali o Municipali (Guangdong Development Bank, Shanghai Pudong Development Bank, Shenzhen Development Bank), una banca privata (Minsheng Bank) e aziende che fanno capo a grandi holding a loro volta controllate direttamente dal Governo (China Merchant Bank, Citic Bank). Sviluppatesi in concomitanza con il processo di riforma economica e quindi negli ultimi due decenni, sono caratterizzate da patrimonializzazione e redditivita’ generalmente migliori di quelle delle grandi banche di stato; al contempo, l’incidenza dei prestiti inesigibili risulta significativamente inferiore;

- un centinaio di City Commercial Banks, che – con pochissime eccezioni – operano nell’ambito della singola citta’ di insediamento. Sono di qualita’ molto eterogenea: alcune di queste hanno una taglia significativa e sono piuttosto solide; una buona parte, pero’, ha dimensioni ridotte ed e’ in forti difficolta’. In alcune province (Anhui, Jiangsu), le autorita’ stanno procedendo ad aggregazioni di queste banche al fine di creare intermediari di maggiori dimensioni e dalla struttura piu’ solida, in grado di offrire servizi su tutto il territorio provinciale.

Completano il quadro le cooperative di credito, oltre 30mila micro-aziende prevalentemente attive nelle zone rurali del Paese che versano generalmente in situazioni di tensione di liquidita’; tra queste, figurano – naturalmente – delle eccezioni, sia sotto il profilo dimensionale che qualitativo. Anche in questo caso la tendenza in atto e’ quella di formare delle aggregazioni (unions) a livello provinciale o municipale, al fine di centralizzare alcune funzioni e supportare gli intermediari meno solidi.

Le banche estere sono al momento presenti per lo piu’ con strutture leggere (uffici di rappresentanza oppure una, massimo due, filiali operative3) e conservano un’operativita’ marginale in termini di volumi intermediati: le quote di mercato dell’intera categoria, infatti, si attestano poco al di sopra del 2%, anche se possono raggiungere livelli piu’ interessanti in piazze come Shanghai e Shenzhen. Alcuni dei principali Gruppi bancari globali hanno sottoscritto partecipazioni di minoranza al capitale di istituti cinesi di varie dimensioni.

Tra gli intermediari italiani sono presenti Intesa-San Paolo e Banca di Roma con una filiale a Shanghai e un ufficio di rappresentanza a Pechino, mentre UniCredito Italiano e Monte dei Paschi di Siena operano in queste due citta’ e a Canton con tre uffici di rappresentanza. La Banca Nazionale del Lavoro ha uffici di rappresentanza a Pechino e a Shanghai ma ne e’ prevista la chiusura nel corso del 2007, a seguito dell’ingresso nel Gruppo francese BNP-Paribas. Da ultimo, anche alcuni gruppi di media taglia (Banca Popolare di Verona e Novara, Banca Popolare di Vicenza, Banca Lombarda e Banche Popolari Unite – gli uffici di queste ultime due dovranno essere ridotti a uno solo a seguito della nota operazione di concentrazione) hanno aperto un ufficio di rappresentanza a Shanghai.

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La consapevolezza della fragilita’ del sistema bancario nazionale e la sua debolezza competitiva ha spinto le autorita’ cinesi ad accelerare il processo di riforma, incentrato sulla ricapitalizzazione e sulla riqualificazione degli attivi di tre delle quattro grandi banche pubbliche, seguite da una riforma della loro struttura societaria che – come ricordato – ha consentito dapprima l’ingresso di investitori esteri nel capitale e successivamente la quotazione sulle borse di Hong Kong e Shanghai.

Sotto il profilo dell’adeguatezza patrimoniale, la Banca Centrale e’ intervenuta sia iniettando nuovo capitale direttamente (mediante utilizzo di una frazione – 60 miliardi di USD – delle copiose riserve ufficiali in valuta estera), sia consentendo agli intermediari l’emissione di prestiti obbligazionari subordinati computabili nel patrimonio regolamentare.

Quanto, invece, alla scadente qualita’ dei portafogli creditizi, va ricordato che, per anni le quattro banche commerciali statali hanno dovuto finanziare imprese pubbliche, anche in perdita, sulla base di decisioni assunte da altre amministrazioni governative (centrali o locali) piuttosto che a conclusione di un procedimento istruttorio di merito; cio’ ha finito con il determinare l’accumulo di un ingente ammontare di sofferenze e comprimere fortemente – pertanto – le capacita’ reddituali. Oggi, la situazione appare almeno parzialmente sotto controllo, grazie ad operazioni di spin-off e ad una piu’ accorta politica delle erogazioni e degli accantonamenti prudenziali. Con riferimento al primo aspetto, nel 1999 sono state costituite quattro societa’ di gestione di prestiti inesigibili, le asset management companies (AMCs, nel dettaglio Cinda Asset Management, Orient Asset Management, Great Wall Asset Management e Huarong Asset Management), di proprieta’ del Ministero delle Finanze e alle quali sono stati trasferiti circa 1.400 miliardi di renminbi (168 miliardi di USD al cambio dell’epoca) di crediti in sofferenza4. Parallelamente, le grandi banche hanno provveduto ad accantonare gran parte del reddito prodotto a fronte di future, ulteriori e in parte inevitabili rettifiche di posizioni creditizie deteriorate. Per effetto di queste dinamiche e del forte ritmo di espansione del nuovo credito erogato con criteri piu’ in linea rispetto agli standard internazionali, l’incidenza delle sofferenze sul totale dei crediti va attestandosi su valori piu’ contenuti che in passato e in assoluto non distanti da quelli prevalenti in altri sistemi bancari comparabili5.

Per quanto concerne gli intermediari esteri, gli impegni assunti dalla Cina in sede di sottoscrizione dell’accordo di adesione al WTO hanno innescato un processo di liberalizzazione conclusosi – nel dicembre 2006 – con l’adozione di una nuova regolamentazione che consentira’ alle banche straniere di poter competere con quelle cinesi su tutto il territorio nazionale e sull’intera gamma dei servizi, a condizione di costituire una sussidiaria di diritto cinese interamente controllata, con un patrimonio minimo di 1 miliardo di renminbi (130 milioni di USD). Gli istituti che decideranno invece di continuare ad operare tramite filiali saranno soggette ad alcune limitazioni, in particolar modo per quanto concerne l’attivita’ retail (raccolta di depositi da privati, credito al consumo). 


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Il ruolo degli intermediari non residenti nello sviluppo dei mercati finanziari cinesi

Le Autorita’ cinesi attribuiscono notevole importanza al contributo che le istituzioni non residenti possono apportare nel processo di sviluppo dei mercati finanziari domestici verso modelli di efficienza maggiormente coerenti con le brillanti performances dell’economia reale.

Le carenze strutturali dei mercati finanziari cinesi (modesta presenza e qualita’ degli investitori istituzionali e degli intermediari e bassa varieta’ e complessita’ degli strumenti negoziabili) troverebbero infatti una risposta piu’ rapida laddove potesse realizzarsi un transfer di competenze per il tramite di intermediari che hanno maturato esperienze in contesti piu’ evoluti e che canalizzerebbero, al contempo, piu’ consistenti volumi di fondi sulle piazze finanziarie del Paese.

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Sino all’ingresso della Cina nel WTO, il settore creditizio era pressoche’ impermeabilizzato alla presenza di intermediari esteri: le banche non residenti, infatti, potevano effettuare solo una limitata operativita’ (in valuta estera e con controparti anch’esse non residenti) in selezionate aree del territorio (Shanghai e Shenzhen).
 
Parallelamente, sul mercato azionario le Autorita’ avevano proceduto ad una segmentazione tra azioni denominate in valuta locale e negoziabili esclusivamente da operatori cinesi (cd. A-shares) ed azioni denominate in valuta estera (dollari USA o dollari di Hong Kong) la cui negoziazione era invece preclusa agli intermediari residenti e riservata in via esclusiva a quelli non residenti[6]; questa categoria di titoli (B-shares) rappresentava – e rappresenta tuttora – una parte marginale del totale e, come tale, scarsamente significativa dell’economia del Paese.

Successivamente all’adesione al WTO (dicembre 2001), una serie di regolamentazioni emesse da diverse autorita’ competenti hanno contribuito ad ampliare le possibilita’ di ingresso di intermediari finanziari esteri sul mercato cinese, pur nel quadro di un percorso graduale di apertura, che assicuri una crescita equilibrata delle capacita’ di finanziamento dell’economia e prevenga l’affidamento di tale funzione, cosi’ delicata e strategica, a soggetti non residenti il cui comportamento possa risultare non prevedibile o comunque non pienamente controllabile nell’eventualita’ di episodi di crisi, come ha insegnato l’esperienza di altri Paesi asiatici in passato.

Nel settore bancario, e’ stato gradualmente consentito agli istituti esteri di iniziare l’operativita’ in renminbi e con controparti cinesi, e’ stato aumentato il novero delle citta’ in cui e’ possibile stabilire succursali ed e’ stata introdotta la possibilita’ di assumere partecipazioni minoritarie nel capitale di banche cinesi. Tali facilitazioni normative, lungi dall’aver livellato il terreno competitivo tra operatori cinesi ed esteri e dall’aver incrementato le quote di mercato di questi ultimi (che stazionano, infatti, attorno al 2%), hanno tuttavia finito con l’accrescere l’interesse dei grandi e medi Gruppi bancari internazionali per quel mercato.

Dal dicembre 2006, sempre in ottemperanza agli obblighi assunti in sede di adesione al WTO, e’ stata avviata una profonda revisione della normativa che regola la presenza nel Paese degli intermediari creditizi non residenti.

Le banche estere in Cina.

A fine 2006, gli istituti bancari non residenti presenti in Cina con proprie emanazioni superavano le 200 unita’; tra essi, quelli che svolgevano una reale operativita’ mediante proprie filiali erano 88.

L’ammontare delle attivita’ al 31 dicembre 2006 era di 103,3 miliardi di dollari, corrispondente all’1,8% del totale.

Le banche estere che vogliono operare sul mercato retail cinese hanno oggi due possibilita’: costituire una succursale di diritto cinese controllata al 100% oppure sviluppare una rete di Filiali della casa madre che dovranno pero’ soggiacere ad alcune limitazioni nelle attivita’ che possono svolgere.

Per gli intermediari che optano per la prima soluzione, a fronte di una capitalizzazione minima di 1 miliardo di renminbi (130 milioni di USD) piu’ 100 milioni (13) per ogni ulteriore Filiale sara’ possibile svolgere tutte le attivita’ retail consentite alle banche domestiche. Sei banche estere sono gia’ state autorizzate ad operare in tale forma: Citigroup, HSBC, Standard Chartered, Bank of East Asia, Hang Seng Bank (controllata di Hong Kong del Gruppo HSBC) e DBS (Singapore). Altre nove richieste sono attualmente all’esame dell’autorita’ di controllo: tra queste, la statunitense JP Morgan Chase e l’olandese ABN-AMRO.

L’istituzione finanziaria non residente che desideri invece operare in Cina senza costituire una propria succursale soggetta al pieno controllo delle autorita’ cinesi dovra’ in una prima fase limitarsi all’intermediazione in valuta estera, con controparti anch’esse non residenti e con controparti corporate cinesi all’uopo autorizzate. Soltanto dopo tre anni in cui la banca sia risultata compliant nei confronti della normativa ed abbia prodotto un utile almeno nell’ultimo esercizio, essa potra’ accedere all’operativita’ in valuta locale e nei confronti di una platea piu’ ampia di potenziali clienti (anche piccole imprese e privati cinesi – per questi ultimi, in realta’, sussistono soglie minime di giacenza per quanto attiene la raccolta del risparmio e risulta precluso l’esercizio del credito al consumo). In ogni caso, l’apertura di ogni Filiale e’ subordinata all’immobilizzo di ingenti somme a titolo di patrimonio di vigilanza: a titolo di esempio, una succursale dotata di licenza in renminbi deve essere dotata di un capitale iniziale di 300 milioni di renminbi, poco meno di 40 milioni di USD al cambio di maggio 2007.

In ordine alla copertura territoriale, l’operativita’ in valuta locale e’ limitata alla Municipalita’ per la quale la licenza e’ concessa (le citta’ presso le quali e’ possibile costituire succursali sono 25). Relazioni con operatori residenti al di fuori di tale ambito sono possibili in linea teorica ma vanno sottoposte ad autorizzazione specifica rilasciata direttamente alla controparte dal locale Ufficio della State Administration of Foreign Exchange.

L’acquisizione di quote di partecipazione diretta in banche cinesi da parte di intermediari finanziari esteri e’ consentita nei limiti del 25% del capitale della partecipata; l’investimento da parte del singolo intermediario non residente non puo, tuttavia, superare il 20%. A tutto il 2006, 29 Gruppi bancari esteri avevano effettuato investimenti in banche cinesi per un ammontare complessivo di 19 miliardi di USD.

Ulteriori due comparti in cui la penetrazione degli operatori finanziari non residenti e’ risultata abbastanza importante negli ultimi anni, sono quelli dell’intermediazione mobiliare e del fund management. Nel novembre 2002 e’ stata varata la normativa sui Qualified Foreign Institutional Investors (QFII); sotto determinate condizioni, intermediari finanziari esteri possono richiedere al regulator dei mercati (China Securities Regulatory Commission, CSRC) l’autorizzazione per negoziare – anche per conto della propria clientela – A-shares alla stregua di un qualsiasi operatore cinese, anche se pur sempre nell’ambito di una “quota” massima di investimento assegnata dalla State Administration of Foreign Exchange (SAFE); a livello sistemico, infatti, quest’ultima autorita’ e’ interessata ad evitare che per il canale in discorso affluiscano nel Paese fondi speculativi animati dalle aspettative di una possibile rivalutazione del renminbi. La normativa e’ stata implementata a far tempo dalla primavera del 2003 e a tutto il 2006 erano gia’ 52 le istituzioni finanziarie estere che avevano ottenuto la licenza, per un volume complessivo di quasi 10 miliardi di USD (cfr. tav. B), che rappresenta comunque una quota del tutto marginale della complessiva capitalizzazione delle due borse di Shanghai e Shenzhen7.

Mercati azionari cinesi.

La normativa sugli investitori esteri. Sino al 2002, gli operatori non residenti potevano accedere al mercato azionario cinese solamente attraverso un segmento ad essi riservato, caratterizzato da titoli denominati in valuta diversa da quella nazionale. Non rappresentando tale segmento una quota significativa del totale e desiderando le Autorita’ attrarre investimenti esteri anche sul resto del mercato, e’ stata emanata la normativa sui Qualified Foreign Institutional Investors (QFII).

Gli intermediari finanziari (banche, societa’ di intermediazione mobiliare, gestori di fondi) che abbiano superato nel corso dell’ultimo esercizio la soglia dimensionale minima (10 miliardi di USD di portafoglio titoli) possono richiedere alla China Securities Regulatory Commission (CSRC) l’autorizzazione a negoziare titoli azionari, obbligazioni convertibili ed altri corporate bonds denominati in renminbi e quotati sulle borse di Shanghai e Shenzhen, nell’ambito di una quota massima di movimentazione assegnata, in una fase immediatamente successiva, dalla State Administration of Foreign Exchange (SAFE).

L’istituzione interessata, una volta ottenute la licenza e la quota, deve aprire un rapporto presso uno degli undici custodian incaricati (quattro dei quali esteri) e puo’, a quel punto, avviare l’operativita’.

Nello stesso periodo, l’industria del risparmio gestito, ancora ad uno stadio iniziale – per dimensioni e completezza dell’offerta – del proprio sviluppo ma attualmente favorita dall’andamento positivo dei mercati azionari domestici, si e’ andata arricchendo di nuovi attori, per lo piu’ nella forma di joint-ventures tra soggetti cinesi ed esteri. Anche in questo caso la normativa e’ stata progressivamente adeguata, con particolare riferimento all’innalzamento dei limiti partecipativi dell’investitore non residente, portati in un primo momento dal 25 al 33% e successivamente, dal dicembre 2004, elevati sino al 49%.

L’industria degli strumenti collettivi del risparmio in Cina

Alla fine del 2006, il totale della massa gestita dagli operatori del settore si ragguagliava a 855 miliardi di renminbi, circa 110 miliardi di USD.

Le societa’ di gestione sono una cinquantina, 24 delle quali sono joint-ventures tra intermediari cinesi e controparti estere, generalmente i grandi specialisti internazionali del comparto.

Gran parte delle joint-ventures sono state concluse nel 2004, e nella quasi totalita’ di questi casi i partner cinesi sono stati societa’ di intermediazione mobiliare piuttosto che asset manager gia’ avviati. Il motivo di tale scelta era duplice: da un lato, non creare ambiguita’ su quale parte manterra’ il controllo dell’attivita’ di gestione, dall’altro realizzare sinergie importanti sul fronte distributivo, contando sulla rete di agenti e promotori piu’ o meno diffusa sul territorio della security house cinese. 

1 Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, il rapporto tra credito bancario e PIL per i Paesi asiatici ad esclusione del Giappone e’ inferiore al 100%, mentre per altre economie emergenti quali Argentina e Brasile si attesta attorno al 60%. Per converso, va osservato che la capitalizzazione complessiva dei mercati azionari cinesi al termine del 2006 era pari solamente al 39% del PIL, valore di molto inferiore a quello di gran parte dei Paesi dell’area.

2 Si tratta di Bank of America per quanto concerne la China Construction Bank (9% del capitale), di Royal Bank of Scotland e UBS per Bank of China (rispettivamente, 9% e 1,6%) e di un consorzio formato da Allianz, Goldman Sachs e American Express per ICBC, la piu’ grande.

3 Fanno eccezione l’inglese HSBC (26 filiali nelle principali citta’ del Paese), la statunitense Citigroup (13 sportelli) ed alcuni istituti di Hong Kong.

4 Dopo una difficile fase di avvio, le AMCs stanno completando il processo di recupero, con risultati relativamente apprezzabili, grazie anche all’interesse maturato da parte del mercato nei confronti degli asset in questione (si sono tenute diverse “aste” per la vendita di bad loans). A marzo del 2006 (ultimi dati disponibili), le AMCs avevano deliberato il definitivo write-off di quasi 870 miliardi di renminbi (piu’ dei due terzi, quindi) di non-performing loans, sui quali la percentuale media di recupero ha raggiunto il 24,2%. Da tutti gli aggregati considerati sono esclusi ulteriori 533 miliardi di renminbi (circa 63 miliardi di USD) che sono stati trasferiti dalle grandi banche alle AMCs a cavallo tra il 2004 e il 2005.

5 A fine 2006, lo stock di sofferenze a livello di sistema si ragguagliava a circa 1.255 miliardi di renminbi (circa 160 miliardi di dollari), pari al 7,1% dei crediti in essere alla stessa data.

6 Gia’ nel giugno 2001, e cioe’ alcuni mesi prima della formalizzazione dell’adesione cinese al WTO, fu per la verita’ consentito ad intermediari domestici di operare anche sulle B-shares.

7 L’ammontare cumulativo delle quote di investimento di tutti i QFII e’ stato recentemente (maggio 2007) elevato da 10 a 30 miliardi di USD. Vi e’ quindi ampio spazio sia per l’ingresso di nuovi operatori sia per l’incremento delle quote di investimento di quelli gia’ attivi.

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