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Fare squadra in Cina

Data:

30/11/2016


Fare squadra in Cina

Fare squadra in Cina

Un intervento dell'Ambasciatore d'Italia nella Repubblica Popolare Cinese su come le imprese italiane possono affrontare un mercato difficile e complesso quale quello cinese in modo coeso e organizzato


La Cina è oggi la seconda economia mondiale. Nel 2015 ha contribuito per un terzo alla crescita globale e per il 40 per cento alla domanda di materie prime. La prorompente vitalità della Cina va valutata in prospettiva: entro il 2023, la classe media cinese raggiungerà i 250 milioni rendendo la Cina uno dei principali mercati di sbocco al mondo per beni di consumo; l’urbanizzazione sposterà 100 milioni di persone dalle campagne alle città nei prossimi 10 anni. Oggi in Cina 700 milioni di cibernauti impiegano la rete per informarsi, fare acquisti, pagamenti, comunicare.

In Cina è in corso una transizione ambiziosa e complessa, pur non esente da qualche contraddizione, che mira a spostare il motore dell’economia dagli investimenti all’innovazione, da un modello di sviluppo export-led a uno trainato dal consumo e dalla domanda interna. Secondo un recente rapporto di McKinsey Global Institute, il successo di questo processo genererà un reddito addizionale superiore ai 5600 miliardi di dollari entro il 2030. La road map si trova nel XIII Programma Quinquennale, il principale strumento di politica economica del Governo di Pechino. Esso contiene obiettivi di crescita del reddito, salvaguardia ambientale e limitazione delle emissioni, riduzione della povertà e dei consumi di materie prime e contenimento delle vulnerabilità finanziarie. Il Programma, però, sottolinea anche la necessità di irrobustire e migliorare la dotazione infrastrutturale, incentivare le capacità nazionali di ricerca e sviluppo, diffondere e migliorare i servizi essenziali per la popolazione come sanità, istruzione, food safety e industrie culturali.

Da motore della crescita globale, la Cina si proietta nel mondo reclamando il proprio ruolo da protagonista con un’azione complessa, a tratti conflittuale, guidata sì da spirito di collaborazione multilaterale, ma anche da crescenti assertività e volontà di tutela dei propri interessi. In questo quadro si inserisce il progetto della nuova «Via della Seta» («Belt and Road»): due corridoi, uno marittimo e uno terrestre, per sostenere gli scambi tra Asia, Europa e Africa. Si dice che «Belt and Road» coinvolgerà tre quarti della popolazione globale in 65 stati, ma soprattutto significherà «connettività»: aspirazione al rafforzamento delle infrastrutture di comunicazione tra la Cina e gran parte del mondo, ma anche concetto geopolitico e culturale. L’economia cinese è così destinata a integrarsi sempre più con quella mondiale, ad accrescere i propri investimenti sui mercati internazionali e ad aprire le porte agli investitori esteri, ai quali dovrà garantire un livello di protezione secondo standard internazionali.

Non dobbiamo pensare a un free lunch. Come dice un rappresentante della comunità imprenditoriale italiana a Pechino «la Cina non è ancora per tutti». Questo è un mercato complesso per le differenze istituzionali, linguistiche e culturali, ma anche perché bisogna adattare i propri prodotti, che spesso vanno reinventati, identificando i possibili consumatori e costruendovi intorno un’identità e un immaginario. Il contesto concorrenziale diventa più duro, con la presenza di numerosi operatori internazionali e l’emergere di una concorrenza cinese sempre meglio attrezzata. Tuttavia, il nostro sistema produttivo ha un grande potenziale in Cina, sia nel settore dei beni di consumo che in quello dei beni capitali. Una strategia basata sullo scambio delle nostre tecnologie con l’accesso al mercato, a condizione di preservare le nostre risorse innovative più preziose, può realmente rafforzare la nostra economia e renderci protagonisti in Cina e, dunque sullo scenario globale.

Indipendentemente e al di là dell’aspetto strettamente bilaterale, il rapporto con la Cina può costituire uno stimolo potente per incoraggiare una modernizzazione del nostro Paese. Confrontarsi con la Cina e con il mercato cinese equivale a confrontarsi con noi stessi, ad affrontare le nostre debolezze e a valorizzare con consapevolezza i nostri punti di forza. In altre parole, equivale a organizzare al meglio le nostre risorse e le nostre energie in un contesto assai dinamico e altamente competitivo ove il mercato e i nostri concorrenti non fanno sconti.

La storia della presenza internazionale in Cina è costellata di opportunità e successi ma anche di fallimenti – molti dei quali, purtroppo, italiani. Stare su questo mercato è strategico ma richiede un impegno congiunto di istituzioni e settore privato. Non ci possiamo più permettere approcci frammentati, superficiali o approssimativi. Per questo, abbiamo deciso di cogliere l’opportunità della coincidenza del 2020, termine dell’attuale Programma Quinquennale, e del cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche. La nostra «Road to 50» è una partnership bilaterale che mira ad avviare collaborazioni in alcuni settori prioritari del XIII Programma Quinquennale e a incoraggiare il coinvolgimento di tutti gli attori nazionali. Le istituzioni si impegnano a garantire continuità alle relazioni bilaterali con visite di governo frequenti e focalizzate su obiettivi precisi e concreti; a favorire un dialogo continuativo tra agenzie e amministrazioni dei due paesi e a fornire un quadro di riferimento per i nostri operatori che intendano rafforzare la propria presenza in Cina. Le imprese si impegnano a coordinarsi tra loro e con le istituzioni per favorire la collaborazione tra le varie anime della comunità italiana in Cina. Con particolare riguardo al settore economico, abbiamo dato vita all’iniziativa del «Retreat», un raduno informale che coinvolge istituzioni, imprese e accademici italiani, e si svolge due volte l’anno. In queste riunioni ci interroghiamo sulle prospettive della nostra azione con l’obiettivo di rimodularla e renderla più efficace in base alle indicazioni che riceviamo dal mondo imprenditoriale. Riusciamo così a dispiegare le energie analitiche e progettuali di cui la comunità italiana in questo Paese è ricca, ma che vanno coordinate e messe a fattor comune, sia in Cina che in Italia, per affrontare un mercato difficile e complesso in modo coeso e organizzato. Condivide et Impera potrebbe essere il motto di questo indispensabile approccio nuovo e collaborativo.

(Ettore Francesco Sequi è Ambasciatore d'Italia nella Repubblica Popolare Cinese dal luglio 2015)


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